Manto verde

La flora di Ponza

Il verde che noi oggi vediamo nelle isole Ponziane non e' neppure il ricordo della lussureggiante copertura a macchia-foresta che la ammantava fino a tre secoli fa, prima cioe' della colonizzazione voluta dai Borboni a partire dal 1734.

Nei secoli precedenti, notevoli prelievi di legname ad alto fusto erano stati operati in osservanza di contratti di enfiteusi, oppure semplicemente per fornire materiale ligneo da costruzione; ma i lunghissimi periodi di impraticabilita' delle isole a causa della minaccia dei pirati, concedevano agli alberi la possibilita' di riprodursi e crescere. Il disastro avvenne con l'insediarsi di una comunita' umana stabile e poverissima che poteva sussistere unicamente lavorando la terra e ricavando entrate sussidiarie dalla vendita di legname. In pratica la vegetazione fu abbattuta al 70-80 gli alberi ad alto fusto servirono per costruire case e barche, gli arbusti della macchia per il fuoco o per ricoveri e siepi frangivento. Valsero ben poco le raccomandazioni che a lunghi intervalli si facevano da Napoli ai coloni, perche', ad esempio a Palmarola, si facesse " il taglio del bosco in guisa da non produrre deterioramento e pregiudizio alla riproduzione delle piante con la conservazione del terreno". Tali scrupoli ci dicono soltanto che le sedi governative sapevano molto bene che si andava incontro a un disastro ecologico, ma la fame dei coloni era tanta e tale, l'indigenza era cosi' incalzante e la sopravvivenza cosi' urgente, da ottundere non soltanto la capacita' di coniugare le cause con gli effetti, ma da vedere nella vegetazione un nemico che si frapponeva tra i bisogni elementari e il loro soddisfacimento. In tal modo, alla fine del XVIII secolo, Ponza e Palmarola erano pelate e coltivate fin dove era possibile; si salvava la macchia solo in qualche vallone scosceso assolutamente inagibile. Zannone soltanto, poiche' non era stata divisa tra i coloni, si salvo' da quel generale olocausto del verde. Gia' all'osservatore del 1850 non sfuggiva lo stato di penoso degrado vegetale e il meccanismo di conseguenze che esso induceva: in effetti, il dilavamento delle acque piovane duro' senza sosta per oltre due secoli, tanto che ancora oggi, durante il periodo delle piogge, spesso il mare intorno alle isole appare macchiato di terra per centinaia di metri; il fenomeno peggioro' dopo gli anni '50 con il rapido abbandono dell'agricoltura. Il vento trovo' sempre meno ostacolo alla sua violenza, mettendo in rischio le stesse colture residue e disseccando quelle piante spontanee della macchia che un tempo riuscivano a crescere e ad irrobustirsi grazie alla protezione del folto. Si produssero mutazioni del clima, che divenne piu' arido e secco. Per effetto sia dell' aridita' che del dilavamento, grandi blocchi e interi settori delle falesie crollarono in mare.La vegetazione ebbe origine in un periodo del Quaternario non precisato in cui, per effetto del ritiro del mare a seguito d elle glaciazioni, le isole si trovarono unite alle coste continentali tirreniche, da Anzio verso sud forse fino alla zona di Messina e alle Eolie. Le terre emergenti furono il ponte di transito della flora e della fauna, finche' queste rimasero segregate nell'Arcipelago al successivo innalzamento del livello marino.La vegetazione delle Ponziane era dunque del tipo laziale-campano e siculo con la presenza di specie e di aggruppamenti caratteristici dei terreni vulcanici, che si ritrovano anche nelle isole napoletane e nelle Eolie. La specie dominante era il Leccio nelle aggregazioni di macchia alta o macchia-foresta in associazione con il Lauro, il Ginepro nelle sue due varianti, la Ginestra, il Lentisco, le Euforbie, di cui sono tuttora censite 8 varieta', il Cisto, il Mirto, l'Erica arborea, l'Erica multiflora, il Corbezzolo, l'Oleastro, la Palma nana. L'unica isola nella quale e' ancora riconoscibile in parte l'assetto vegetale originario e' Zannone, che anche per questo motivo e' stata aggregata al parco Nazionale del Circeo; ma pure qui i guasti sono evidenti: tutto il versante meridionale fu distrutto dolosamente da un incendio nel 1800 e poi sottoposto a coltura; oggi vi cresce una macchia bassa degradata. Vi e' scomparsa la Palma nana, e' rara la Ginestra, si e' fortemente ridotto il Lauro che dava il nome al Cavone del Lauro; questa pianta e' del tutto scomparsa nelle altre isole. Il Ginepro si e' ridotto a pochissimi esemplari. Ancora copioso a Zannone e' il leccio, che e' in via d'estinzione nel resto dell'Arcipelago, ridotto allo stato arbustivo nei canaloni inaccessibili; a Ponza, dove ne erano sopravvissuti e si potevano salvare alcuni esemplari, esso viene tuttora tagliato non appena raggiunge il minimo sviluppo arboreo. Chi visita Zannone e cammina nell'ombrosa lecceto, non puo' fare a meno di rilevare la qualita' di questa pianta che, non a caso, gli antichi consideravano sacra per l'ambiente di mistero che crea sotto le sue fronde; e sacro era anche il Lauro che le e' associato. Ne' ci si puo' sottrarre al pensiero di quanto dovettero essere fascinose, ancor piu' di oggi, tutte e cinque le ponziane, quando erano ammantate di un tale vello verde.Invece, compiuta al strage degli alberi, quello che si presenta oggi allo sguardo e' la dirompente ripresa della Flora, quasi la sua rivincita, all'assalto dei terreni incolti secondo una legge-senza-legge che le e' tipica nelle fasi pioniere, quando si tratta di conquistare o riconquistare un terreno "impossibile" per le associazioni arboree piu' evolute. Quindi, dove il vento spazza inesorabile la nuda terra, avanzano le truppe specializzate in tale compito: piumini, spighe, erbe resistenti, la steppa insomma.Dove l'insidia e' dovuta anche alla salsedine, Flora provvede con le alofile, specializzate per il sale: Statice, Eringio, Critmo e via dicendo. Un valoroso combattente contro vento e sale e' anche l'Elicriso, frequente nelle nostre isole.Non appena le radici instancabili delle piante pioniere riescono a dissodare e a fissare uno spessore di qualche centimetro di terra, altre specie piu' evolute tentano di insediarsi e di fondare colonie. Naturalmente quando i secolari equilibri e le selezioni di precedenti aggregazioni evolute come la macchia-foresta e la macchia alta sono state uccise, Flora provvede mandando avanti comunque le specie piu' resistenti a quelle condizioni di clima e di terreno, e queste vengono definite "infestanti" quando prevalgono su ogni altra essenza. Alle Ponziane sono di questo tipo la Ginestra e il Cisto le cui spettacolose fioriture e i profumi di cui riempiono il creato in primavera rappresentano il primo sorriso vincente delle piante dopo una lotta strenua. Ma e' soltanto un primo passo; in pratica la proliferazione di tali specie, soprattutto a Ponza, sta ad indicare lo stato piu' degradato della vegetazione, dopo la steppa. Soltanto ora iniziano possibili aggregazioni piu' complesse. Tra queste sono presenti qua e la' la macchia con prevalenza di Erica arborea e di Corbezzolo; quella di Lentisco e Mirto, cui si associano frequentemente l'Erica e l'Oleastro. Insomma, se si vuole scrutare entro i segreti di Flora per riscoprirne i filoni evolutivi, capovolgendo la filosofia del degrado, occorre rendersi conto che essa procede per tappe di sviluppo che muovono dallo stadio di emergenza, ove si possono impiegare soltanto dei corpi di specialisti, passa attraverso l'assalto generalizzato delle infestanti, entra infine nella lunghissima fase delle selezioni e delle associazioni. Ogni tappa aiuta a preparare la successiva; l'habitat e' fatto di un processo storico vegetale lunghissimo. Ginestra e Cisto, infestanti, crescono piuttosto velocemente, ma per produrre un individuo piu' evoluto, quale ad esempio il Ginepro, la natura impiega secoli: la morte di un Ginepro e' una perdita gravissima. E alle Ponziane sono morti tutti, meno qualche unita'...