Fico d'india

La flora di Ponza

Arrivo' nel Mediterraneo agli inizi del XVI secolo come messaggero di quello straordinario Nuovo Mondo che Colombo aveva appena scoperto: pare dal Messico, e si chiamo' Fico d'India, perche' il grande navigatore credeva di aver gettato le ancore nelle Indie.

 

Fu subito a casa sua nelle campagne delle coste e delle isole meridionali italiche, nonostante esso sia il contrario di tutti i canoni del vegetativo fino allora in uso. Infatti ha un tronco che non e' un tronco, foglie che non sono foglie, spine che invece sono foglie, ed e', praticamente, eterno. Ha come vocazione innata di colonizzare spazi aridi, arsi, con una forza contadina nelle radici che stritola le rocce vulcaniche come fossero mollica di pane. Inoltre e' estetico e cio' si sposa perfettamente con la fantasia meridionale: intaglia i giorni e le notti marine di meravigliose silhouettes geometriche, di zigzaganti vuoti e pieni ora verdi ora argentati, che rendono sopportabile, in quanto fiabesca, la durezza del vivere tra venti e salinita', siccita' e sudore. Il Fico d'India giunse probabilmente alle Ponziane al seguito dei coloni del XVIII secolo, colono esso pure; se non prima, nel XVII, quando si cercava di radicarsi qui, nonostante l'incubo delle scorrerie piratesche.Lo precettarono come frangivento in lunghe muraglie, ma anche come guarda-confine dei campi, compito che si attagliava perfettamente con le sue spine e con quel suo crescere a segmenti, a pale imprevedibili, capaci di occludere lo spazio - vuoto con pieno - nei quattro punti cardinali. L'unita' di misura dell'universo e' il "cladodo", cioe' la pala, che in realta' e' un otre per contenere acqua, l'acqua che piove poco dal cielo, l'acqua che lentissimamente si puo' succhiare dalla terra, l'acqua che si puo' suggere, stilla a stilla, dall'umidita' delle notti e delle albe. E' un otre magico, pensato senz'altro da fate e gnomi delle aride pietraie dell'altro mondo; la pelle di cui e' rivestito e' impermeabile dall'interno all'esterno; dall'esterno lascia pero' filtrare l'acqua e le radiazioni solari necessarie per la sintesi clorofilliana, captate da cellule fotoelettriche. Sotto la pelle, vi e' una rete fitta, simile a una ragnatela, verde e flessibile finche' la pala serve da otre e da supporto a fiori e frutti; ma si trasforma in lignea, resistente e rigida quando al "cladodo" e' chiesto di trasformarsi in tronco. Si', perche' il Fico d'India non ha tronco, ma quando serve crescere in altezza, i "cladodi" compresi nel progetto di crescita si trasformano da verdi pseudo-foglie in duro e legnoso pseudo-tronco; il reticolo interno diventa ligneo, legno diventa pelle, si spengono le cellule fotoelettriche e cessa la funzione clorofilliana; la gagliarda e virente missione vegetativa si muta nel piu' greve e ignorato compito di reggere e di sopportare la vitalita', gli impulsi e gli amori degli altri moduli della colonia. Sulle pale verdi spuntano non foglie comuni, ma spine supportate da setole anch'esse rigide, pungenti, il tutto ben ordinato, in modo che nessuna mano o bocca o muso possa posarvisi, senza dolorose conseguenze. In aprile, sulla sommita' dei "cladodi", lungo i margini, spuntano, meravigliosi, i fiori giallo-oro, sostenuti da sepali e squame; la fioritura dura a lungo, da aprile a tutto luglio e mentre i fiori ricevono le visite sponsali, sotto di loro, lentamente, si gonfiano frutti ovoidali, anch'essi difesi da spinette sottili a ciuffi. Quando sono maturi, il fiore si spegne, i frutti diventano gialli, porporini o rossi. I contadini ne mangiano avidamente la polpa dolce e profumata, ma non soltanto i contadini isolani. i frutti del Fico d'India sono in vendita e molti appetiti dai forestieri nelle Ponziane. I coloni usavano le pale dell'Opuntia, raccolte in primavera, come mangime per le capre, tagliandole a listarelle succulente, capaci di fornire al bestiame acqua e alimento insieme. I fiori in infuso erano ottimi come diuretico e contro i bruciori di stomaco. Poi, quando si voleva allungare il confine di un campo o infoltire le barriere contro il vento, bastava togliere qualche pala al Fico d'India e conficcarla in piedi nel terreno, ed essa subito metteva radice e rinnovava l'astratto disegno magico della pianta. Oggi ci pensa il vento predone: svelle o "cladodi" e , caduti a terra, riprendono il loro mandato modulare infestando campi e dirupi incolti con una vitalita' tutta vegetale. E sempre piu' le isole si popolano di queste sculture astratte che incidono la calura, le notti di luna, i silenzi.